Leggiamo con Pacle

“Come il vento tra i mandorli”, nell'Israele anni '50 con Michelle Cohen Corasanti

Sabato, 28 Dicembre 2024

Valentina "Pacle" Orazi

Valentina "Pacle" Orazi

“Come il vento tra i mandorli”, nell'Israele anni '50 con Michelle Cohen Corasanti
Ultimamente mi capita spesso di prendere libri senza leggerne la trama, mossa solo da sensazioni che la copertina e il titolo mi trasmettono. Da lettrice so benissimo che nè la copertina e nè il titolo possono significare nulla, perché spesso non c’entrano con la storia e alcune volte sono anche sotto certi aspetti fuorviati. Il libro di cui vorrei parlare oggi è un libro che ho letto recentemente, che nonostante non sia ambientato ai giorni nostri, l'ho trovato piuttosto affine con il contesto storico in cui viviamo. Quindi vi annuncio che oggi il nostro viaggio ci condurrà in Israele e lo faremo attraverso le pagine di “Come il vento tra i mandorli” di Michelle Cohen Corasanti, un libro edito da Feltrinelli (il cui prezzo di copertina nella versione cartacea è di 14 euro, mentre quello della sua versione digitale è di 7.99 euro).

Anche questa volta vi parlerò di un libro che è stato pubblicato tempo fa, precisamente nel 2015. Poiché in tutti questi anni da quando è uscito non ne ho mai sentito parlare, fino a che non ne ho visto la copertina nello sfondo del Kindle, sarà come farlo tornare un po’ sotto i riflettori, anche perché lo considero un piccolo gioiello.
pacle come il vento
Siete pronti a partite? Bene, perché ci troviamo in Israele, precisamente nel 1955. Il nostro protagonista si chiama Ichmad ed è un bambino mussulmano, che verrà costretto insieme a tutta la sua famiglia ad abbandonare la casa che per generazioni è appartenuta alla sua famiglia, a causa del conflitto arabo-israeliano, come se fossero indegni a vivere in quelle mura e vengono relegati a vivere in un fazzoletto di terra rallegrato da una sola pianta di mandorlo. Qui Ichmad conosce la violenza e sarà costretto a crescere perché per un errore il padre finirà in carcere, con l’accusa di aver nascosto delle armi nel giardino e a quel punto sarà lui come primogenito a doversi prendere cura della madre e dei fratelli, deve cercare un lavoro e deve soprattutto lasciare la scuola e mettere da parte i suoi sogni e suoi desideri.

La storia è suddivisa in più periodi temporali e per tutto il libro vediamo Ichmad crescere, lo vediamo dapprima bambino, poi un ragazzo e infine uomo. Ed a farmi male è stato proprio quel passaggio da bambino ad adulto, ma sarebbe più opportuno dire la mancanza di quella fase di passaggio che ogni bambino dovrebbe vedere, ma soprattutto dovrebbe vivere. Ichmad era un bambino come tanti, che dovrebbe pensare a giocare, a seguire i suoi sogni e le sue passioni. Dopo che lui e tutta la sua famiglia, o meglio quello che ne resta, verranno costretti a lasciare l’unica casa che hanno avuto, la quale è stata assegnata a dei israeliani, gli verrà assegnata una piccola casa in un piccolo pezzo di terreno, insieme ad altri mussulmani, ad altri palestinesi, come se fossero indegni di vivere dove vorrebbero. In questa nuova casa l’unica cosa che addolcisce la loro vita sarà proprio la pianta di un mandorlo.

Il padre per Ichmad sarà una figura importante fin da quando era bambino, non solo perché crede in lui e nelle sue abilità ma anche perché sarà il suo modello di riferimento e gli ha insegnato che non bisogna mai abbandonarsi all’odio, anche quando la vita è ingiusta, proprio perché l’odio è un veleno. Ma quando a causa di un malinteso il padre viene arrestato, non si perde solo il collante della famiglia, ma anche quella casa che gli era stata assegnata, perché non sono degni di avere un tetto sopra la testa e il motivo risiede nel fatto che vengono considerati dei traditori. Subiscono una perdita dopo l’altra, ma ogni volta che riescono in qualsiasi modo ad ottenere o ricostruire, vengono privati di nuovo di quelle protezioni. Ichmad abbandona la scuola, anche se ama tantissimo la matematica e sogna Einstein.

“Nella prosperità la scelta è difficile. Nelle avversità non si può scegliere”.

Riesce a trovare un lavoro e il fratello quando è abbastanza grande andrà a lavorare con lui. Ma l’odio, il pregiudizio e le ingiustizie saranno una costante nelle loro vite e mentre i suoi fratelli si lasceranno influenzare da questo odio, il nostro Ichmad non lo farà in primo perché non vuole deludere suo padre, in secondo perché sa che l’odio porta ad altro odio e la violenza ne fa scaturire altra. Tutti lo odieranno perché lo considerano il figlio di un traditore, lo odiano per la sua religione e per il fatto che è palestinese. Tuttavia, a credere nelle sue abilità non ci sarà solo il padre, il quale anche se in carcere lo sprona a seguire i suoi sogni, ci sarà anche il suo insegnante, che si offre di istruirlo e lo sprona a sua volta a inseguire i suoi sogni. Il suo insegnante riuscirà poi a convincerlo a partecipare a delle olimpiadi dove in palio ci sarà una borsa di studio per l’università. Sarà sempre combattuto tra seguire i suoi sogni e sperare in un futuro migliore e quello invece di continuare a sostenere la sua famiglia. Le cose non andranno sempre bene, perché si sa, ci sono sempre persone che ti remano contro, che ti odiano solo perché sei diverso o perché si lasciano condizionare.

Ma usando le parole del padre, lui sa che:
“La gente odia perché ha paura di ciò che non conosce: se solo le persone avessero l’occasione di conoscere coloro che odiano, di trovare degli interessi comuni, potrebbero superare l’avversione”.

Ichmad sa che niente è perfetto e che bisogna credere nei propri sogni, ma sa anche che la vita non è mai giusta. Quindi vive sempre come se stesse per succedere qualcosa di brutto, ma capisce anche che se non puoi cambiare le tue origini, puoi far in modo che gli altri cambiano l’opinione che hanno di te e lì che ti puoi far strada e costruirti un immagine e un futuro.
“Nemmeno per sogno. Non devi perdere una sola lezione. Nella vita, se si vuole fare qualcosa di grande, bisogna accettare di fare sacrifici, e di chiederli anche a chi ci ama”.

Ma se Ichmand bambino e ragazzo ti fanno tenerezza e male allo stesso tempo perché tutto questo lo vive sulla sua pelle, sarà nella sua versione adulta che hai modo di vedere come noi vediamo quello che succede in quelle terre, in quei luoghi, basandoci con quello viene veicolato attraverso le notizie che circolano.

Ci sono molti motivi per cui ho amato questo libro, sono stata male nelle scene forti e ricordo ancora il dolore al petto che ho sentito mentre leggevo alcune scene, il sapore dolce amaro di quanto il nostro protagonista realizza che niente sarà più come prima, che la vita tanto ti dà, ma tanto ti toglie e ogni cosa che la vita toglie, la morte della sorella, la casa, il padre arrestato e accusato di tradimento, il lavoro, gli incidenti, il dolore, le accuse, il pregiudizio, l’odio dovrebbero renderlo una persona arida, una che si abbandona a quell’odio, Ichmad in parte ne è consapevole, ma in parte per non deludere il padre non si lascia vincere da quell’odio e da quella rabbia.

“Non puoi tornare indietro e cambiare ciò che è stato, ma adesso puoi iniziare a cambiare le cose per decidere il finale”.

Questo libro ci insegna che l’odio alimenta l’odio, la violenza porta solo ad altra violenza, che non bisogna lasciarsi vincere dalle avversità, che alcune volte qualcuno che crede in noi può fare la differenza. Che bisogna andare oltre al pregiudizio, che le persone vanno giudicate per quello che sono e non per la loro religione o le loro origini. Mi ha fatto capire che non sempre le notizie possono essere vere, o vere solo in parte. Ichmad ti insegna che si può nel nostro piccolo fare la differenza.

“Il coraggio, non era la mancanza di paura: era l’assenza di egoismo, era mettere il bene di qualcun altro prima del proprio”.

Quando ho preso questo libro e l’ho iniziato a leggere non mi aspettavo che ne sarei uscita diversa, quando sono giunta alla fine del romanzo per giorni ho sentito quella sensazione di vuoto e quella sensazione di smarrimento che solo alcuni libri riescono a trasmettermi.

Ora vi lascio con una frase:
“Nella vita, il successo non si misura con il numero di volte che abbiamo fallito, ma in base a come abbiamo reagito a tali fallimenti. Tutto accade per uno scopo”.

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